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17 dicembre 2006

Shortbus VOTO 7





In questa recensione, come molti sanno, parlerò di un film che ha destato scalpore sia al festival di Cannes ma soprattutto in Italia dove è stato distribuito solo in sessanta sale.
In parte i timori nei confronti di questo film non sono immotivati poichè si tratta di un film estremo, che molti hanno però etichettato stupidamente come "porno".
Ma d'altro canto è inammissibile, in un paese democratico come il nostro, censurarlo, bloccando fortemente la distribuzione.
La colpa, naturalmente, è dei gestori delle sale cinematografiche e soprattutto dei multiplex che, da manuale, avrebbero dovuto garantire, in una sala, la visione di questo film.
Ma purtroppo questo è accaduto in pochissime zone.
Premesso ciò, passerò ad un'analisi molto personale del film in questione.
Shortbus è un piccolo gioiello, ben girato, recitato (con coraggio) in maniera ottimale e con un'ottima colonna sonora.
Ma va detto che non è un film per tutti poichè la tematica principale è il sesso, in tutte le sue varianti. Ma non stiamo parlando di quel sesso finto, meccanico che ci mostra "Il gusto dell'anguria" di Tsai Ming Liang e nemmeno quello mostratoci dai porno veri e propri.
In "Shortbus" il regista mette in scena dei sentimenti, seppur sfuggenti e intensi.
Le scene di sesso, realissime, sono molto dettagliate e spiazzanti ma non sono affatto gratuite.
Lo "Shortbus" è un locale dove si riuniscono omosessuali, lesbiche, eterosessuali per parlare di arte e cultura ma anche per unirsi in orgie colorate e in riti peccaminosi.
Ma il regista segue tre storie principalmente : quella di una donna che finge l'orgasmo con il marito, di una coppia di omosessuali che vorrebbe ritrovare il sentimento di amarsi e di una ragazza sola e triste.
Il film è estremamente significativo e invita lo spettatore a riflettere su determinate tematiche post 11 settembre.
Secondo il mio parere, ciò che lega indissolubilmente i protagonisti e i restanti frequentatori dello "Shortbus" è la paura.
Innanzitutto la paura di morire, da un momento all'altro, paura di dover lottare contro un mostro come l'Aids, paura di voler(si) rivelare all'altro.
Ma è presente anche la paura di voler troncare un rapporto coniugale per non rimanere soli ; quindi paura della solitudine, paura dell'inumano, paura di voler provare esperienze nuove e diverse.
Dietro l'apparente spensieratezza dello "Shortbus", si nasconde un mondo di diversi, emarginati, triste e oscuro, che cerca di esorcizzare la paura della morte con i colori e l'estremo.
La donna che cerca, a tutti i costi, l'orgasmo che mai ha provato indica proprio l'assenza di desiderio e di veri piaceri nella società tecnologica post-duemila.
La donna, per sentire l'orgasmo, deve depensare, abbandonarsi, viaggiare con la mente, quindi questo implica l'assenza di paura.
E, nonostante la donna faccia di tutto per provare questo piacere, non riesce ad abbandonare per sempre i fantasmi del passato che la irrigidiscono.
L'amore (quasi al capolinea) tra i due gay potrebbe rivivere (e rifarsi) con l'arrivo di un terzo su cui riversare le proprie angosce e insicurezze oppure potrebbe assumere un'altra piega grazie ad uno splendido vibratore elettrico (come nel caso della storia etero).
Ma per fortuna l'amore è un sentimento naturale e, non ancora, meccanico nella società newyorkese e, nonostante tutto, la libertà non priva del sentimento genuino e tenero, come molti moralisti vogliono far pensare.
L'amore che ci mostra Mitchell può essere definito in mille modi, poichè ognuno di noi è libero di pensare come crede, ma tutti noi non possiamo non riconoscere la sincerità di questi rapporti e, soprattutto, non abbiamo il diritto di giudicare ogni forma di rapporto amoroso diversa da quello convenzionale uomo-donna, altrimenti rischiamo di essere, oltre che ipocriti, stupidi.




permalink | inviato da il 17/12/2006 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa

5 dicembre 2006

L'incomunicabilità ovvero il gusto dell'anguria




Siamo ancora capaci di amare?
Forse è questo l'interrogativo che pone il gusto dell'anguria, film controverso, per certi aspetti, ma importante perchè pone degli interrogativi a cui necessariamente dobbiamo saper dare una risposta.
Il mondo sta cambiando, e questa non è semplice retorica.
Ce ne accorgiamo ogni giorno, quando vediamo la tv, quando discutiamo con gli amici, quando passeggiamo per strada.
Avvertiamo che qualcosa non va ma non osiamo ribellarci, quasi come se fossimo coscienti del nostro (fatale) destino.

Il gusto dell'anguria potrebbe essere ambientato in un futuro (non molto) prossimo e, nonostante sia paradossale, terrorizza lo spettatore perchè colpisce nel profondo.
Negli ultimi anni siamo divenuti maggiormente pessimisti, non riusciamo a intravedere il futuro e, a stento, riconosciamo il presente.
Se ci viene mostrato (nei telegiornali, nelle inchieste, per strada), quasi lo rifiutiamo, lo scacciamo, perchè non riusciamo a sopportare il fatto che stiamo cambiando.
L'uomo non riesce più a comunicare, non c'è eros ma solo porno (sulla definizione beniana di "eros" e "porno", poi ci tornerò nei prossimi post), il corpo è diventato macchina, merce senza anima (nota bene la scena finale del film).

Infatti anche la regia del film è meccanica, precisa, la fotografia è quasi assente poichè l'uomo ha totalmente modificato la natura che, ormai, essa è irriconoscibile, sventrata da palazzi e cemento.
L'unica cosa che il regista può mostrarci sono gli interni di abitazioni morte e sorvegliate da televisori sempre accesi, simbolo della modernità e del potere.

Nonostante il tono scanzonato dei balletti kitsch che, ogni tanto, compaiono tra una scena e l'altra, il film è tutt'altro che ottimista e il finale è spiazzante, crudo, estremo.
Nella società che ci mostra Tsai Ming Liang, l'amore non esiste o se esiste è raro e prezioso come l'acqua.

Oggi, forse, tutto ciò può apparire come un paradosso ma è giusto riflettere a riguardo.




permalink | inviato da il 5/12/2006 alle 0:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa

29 novembre 2006

Novembre 2006

Gran bel mese per il cinema, questo novembre freddo freddo.

1) La gang del bosco VOTO 7

La Dreamworks animation ha prodotto un cartone animato che non solo assolve il compito primario di divertire i bambini ma, per di più, riesce anche ad affrontare tematiche importanti in modo che possano far riflettere i più grandi.
I protagonisti sono simpaticissimi, le battute brillanti e naturalmente l'animazione è di alta qualità.
C'è una critica agli Stati Uniti non indifferente e una denuncia tremenda alla società consumistica del duemila.
Bello, bello, bello.

2) Little Miss Sunshine VOTO 6,5   Regia di Jonathan Dayton, Valerie Faris. Con Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alissa Anderegg, Alan Arkin, Cassandra Ashe, Abigail Breslin, Paul Dano. Durata 101'.

Indipendente, vincente e originale. Tre caratteristiche che fanno decollare questa perla dal raro colore (e valore). C'è un suicida fallito, un nichilista, un nonno eroinomane, un padre perdente, una madre sull'orlo di una crisi di nervi. Protagonisti di una commedia tragicomica, che regala gioia, pur mostrando una situazione familiare non del tutto felice.
La regia è buona, gli attori in parte ma il film è portatore di un messaggio sociologico che non riesce a comunicare fino in fondo. E questa è una grande pecca, purtroppo.

3) L'amico di famiglia VOTO 7,5 di Paolo Sorrentino. Con Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Gigi Angelillo, Emiliano De Marchi. Dur. 110'.

La nuova classe di registi italiani, se così si può definire, sarà una risorsa importante per il futuro. Parlo soprattutto di Garrone, Sorrentino e Crialese.
L'amico di famiglia conferma il talento (da tutelare) di Paolo Sorrentino ma soprattutto, come Nuovomondo, rilancia il cinema italiano al di fuori delle frontiere tricolori.
L'ultimo film di Sorrentino va visto sicuramente più di una volta per cogliere tutti i silenzi, gli sguardi e le inquadrature.
E' un film che può definirsi lynchiano in quanto basato preminentemente sullo sguardo.
Giacomo Rizzo, attore soprattutto di teatro, convince (anzi sbalordisce) con un ruolo costruito su misura sulla sua pelle, interpretando, con una bravura impressionante, Geremia, personaggio ambiguo e viscido, vittima involontaria della sua bruttezza.
Un film superlativo assolutamente da vedere!

4) La sconosciuta VOTO 6,5   di Giuseppe Tornatore. Con Claudia Gerini, Michele Placido, Margherita Buy, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Pierfrancesco Favino, Angela Molina, Clara Dossena, Ksenia Rappoport. Durata 115'.


Questo film mi ha sorpreso. Tornatore, secondo me, è un regista sopravvalutato che fa un uso dispendioso di carrelli e panoramiche per colmare una sua grandissima lacuna ovvero la regia.
Ma questo film mi ha colpito, tiene con il fiato sospeso, coinvolge lo spettatore, mastica tutti gli ingredienti di un buon thriller e contiene anche una leggera denuncia alle discriminazioni che spesso avvengono nel Nord Italia.
Il tema centrale è la solitudine di questa sconosciuta che farà il possibile per ritrovare e sfidare il suo passato.
Il primo tempo è intenso, espressionista e perfettamente dosato. Il secondo tempo, invece, si lascia andare a banali sentimentalismi, soprattutto nel finale ma, per fortuna, si salva al 90° minuto.
La colonna sonora di Ennio Morricone sarà pur bella, "alienante" come molti critici hanno scritto, ma a me appare ridondante e, in determinate parti, carica troppo di pathos l'azione.




permalink | inviato da il 29/11/2006 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

1 novembre 2006

Ottobre 2006

Questi sono le nuove uscite cinematografiche che ho visto nel mese di ottobre :

1) Le Seduttrici di Mike Barker. Con Helen Hunt, Scarlett Johansson, Milena Vukotic. Usa 2004, dur. 1 h e 33 Voto 5

Film insipido, inodore, con una struttura equiparabile più ad una fiction che ad una pellicola destinata alle sale cinematografiche. L'ambientazione ad Amalfi è fittizia, ricostruita e la celebre commedia di Wilde viene raccontata senza alcuno spessore. Brava la Vukotic, poco interessante la Johansson.

2) Nuovomondo di Emanuele Crialese. Con Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Aurora Quattrocchi, Filippo Pucillo. Italia/Francia 2006, dur. 1 h e 51 Voto 8

3) Profumo - Storia di un assassino di Tom Tykwer. Con Dustin Hoffman, Ben Whishaw. Francia/Spagna/Germania/Usa 2006, dur. 2 h e 27 Voto 6

Trasportare sullo schermo il capolavoro di Suskind, certo è cosa difficile. Però questo regista, ai più sconosciuto, riesce nell'intento di rendere sullo schermo la trama del libro ma fallisce nel trasmettere allo spettatore il senso. Nel film ci sono notevoli inquadrature, un bel taglio registico nel finale e si avverte il senso della sfida (o si avverte la presunzione del regista?) ovvero di voler rendere qualcosa sul grande schermo che, in passato, è stato impossibile fare. Si premia il coraggio.

4) Scoop di Woody Allen. Con Woody Allen, Hugh Jackman, Scarlett Johansson. Gran Bretagna/Usa 2006, dur. 1 h e 36 Voto 6

5) The Black Dahlia di Brian De Palma. Con Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Aaron Eckhart. Germania/Usa 2006, dur. 2h e 01 Voto 6

Non è stato un film facile da vedere, criptico e distorto, a volte macchinoso, a volte troppo semplice. Il cast di attori è azzeccato, compresa Scarlett Johansson che, nonostante la sua immaturità nella recitazione, è in parte. La regia c'è, conturbante, volutamente confusa, le atmosfere del noir si avvertono nei colori, nei toni, nell'ambientazione. Ma il film non decolla del tutto, il tentativo di riportare il libro per intero sullo schermo non è stato utile poichè il film appare lungo e, a volte, noioso.

6) Water di Deepa Mehta. Con Lisa Ray, Seema Biswas. Canada/India 2005, dur. 1 h e 54 Voto 7,5

Un uscita in sordina, purtroppo. Ma è un gran bel film, ben diretto e che ha dovuto superare numerosi ostacoli in India. Mostra un aspetto che non si conosce di questa nazione (e di numerose altre), affronta problemi vis-à-vis, senza ricorrere alla metafora o ad altre "poeticherie". Ma è un film che, purtroppo, in Italia hanno visto in pochi. Con un notevolissimo tocco di regia, Deepa Mehta, nell'ultima parte, dona allo spettatore un susseguirsi di emozioni continue, spasmodiche, fino alla liberazione finale, in cui la regista riversa tutto il suo ottimismo e la sua voglia di poter, nel suo piccolo, dare un contributo per risolvere un problema di grosse dimensioni. Un problema culturale.

7) Miami Vice di Michael Mann. Con Jamie Foxx, Colin Farrell, Gong Li. Usa 2005, dur. 2 h e 14 Voto 6,5

Certo, non pretendevo da Michael Mann un film pasoliniano ma un discreto film d'azione, divertente e accattivante. E così è stato. Ci sono tutti gli ingredienti di un film sparatutto con la sola aggiunta di un pizzico d'intelligenza registica e di sperimentazione. C'è la storia d'amore dura, voluttuosa, con la pupa del boss, c'è il sesso, ci sono le sparatorie, c'è lo psicopatico di turno. Chi si aspetta di ritrovare un classico dei telefilm sul grande schermo, può astenersi dalle sale. Chi desidera una serata senza pretese, con un buon film che non lo faccia impegnare più di tanto, ha trovato pane per i suoi denti.




permalink | inviato da il 1/11/2006 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa

2 ottobre 2006

Settembre 2006

Cari lettori del blog, cercherò di riassumere, in poche parole, le mie opinioni riguardanti i film del mese di settembre (naturalmente intendo film in uscita nelle sale italiane nel mese di settembre) che ho visionato.

Questo mese ho visto solamente quattro film tra i tanti che sono usciti e sono : 

1) Superman returns di Bryan Singer. Con Kevin Spacey, Brandon Routh, Kate Bosworth. Durata 2 h e 34. Voto 6,5

Grande pubblicità per il ritorno di Superman sui media mondiali, la macchina economica è cominciata a muoversi circa quattro mesi prima. Ma "Superman returns" non è il solito film d'intrattenimento puro, nonostante sia pop al 100%. Il regista induce lo spettatore a riflettere sulla figura del Supereroe post 11 settembre, più vulnerabile e in aiuto di un popolo scosso e smarrito. Gli effetti speciali sono eccezionali, qualche battuta di dubbio gusto poteva essere anche evitata.

2) Cars di John Lasseter. Durata 1 h e 36. Voto 7

3) Domino di Tony Scott. Con Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez. Durata 2 h e 05. Voto 5,5

Un prologo scoppiettante annunciava, beffandosi in parte degli spettatori, un film di qualità. Ma purtroppo non è stato così. Lo stile di Tony Scott è rilevante, tutto fatto di rewind & fast forward. Il film è girato in un modo allucinato, mescalinico, un misto tra Terry Gilliam e Quentin Tarantino. Ma, nonostante il cast di prestigio, la recitazione latita. Keira Knightley, per esempio, per tutto il film si esprime con pose da dura, smorfiette da smorfiosa, irritante non per la sua durezza quanto per il suo scarso livello interpretativo.
Il tempo passa veloce, l'adrenalina c'è ma non in grande quantità, i dialoghi sono banali e stereotipati.

4) La stella che non c'è di Gianni Amelio. Con Sergio Castellitto, Tai Ling. Durata : 1 h e 44. Voto 6

Il film che non c'è. Sembra di aver letto questa frase già da qualche altra parte ma non c'è affermazione più veritiera di questa. Castellitto è in parte, assolutamente. La bravura del regista si sente. E allora, cosa manca in questo film? La trama, innanzitutto, funge da pretesto per far vedere allo spettatore la nuova Cina, attraverso un atipico road-movie. Ma, in realtà, Amelio ci mostra il tutto in maniera passiva, troppo distaccata. I dialoghi tra la traduttrice e Buonavolontà (Sir Castellitto) sono opachi, vuoti, approssimativi. Ci sono troppe situazioni inverosimili (l'incontro casuale tra i due protagonisti in Cina) in questo lavoro di Amelio che tanto inverosimile non vuole apparire.
Il film non è malvagio, per carità. Non mi ha deluso ma non mi ha nemmeno entusiasmato. Un film che non lascia tracce.




permalink | inviato da il 2/10/2006 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

9 settembre 2006

LA GUERRA DI MARIO di Antonio Capuano Voto : 8



Ogni volta attendo Antonio Capuano sempre con piacere perchè
sono molto vicino al suo modo di vedere le cose.
Lo attendo perchè mi piace il suo stile, crudo e destabilizzante
certe volte, morbido e commovente altre volte.
E sono convinto che la forza sociologica dei suoi film è da prendere
in considerazione soprattutto quando si parla, a vanvera, dei problemi
di Napoli (senza una vera cognitio causa).
"La guerra di Mario" è soprattutto un film d'amore. Verso il cinema,
verso i propri modelli culturali, verso la propria città, verso
un tema scottante come le adozioni temporanee.
Il tema principale è proprio quest'ultimo ma ad essere trattato nel film
è soprattutto un rapporto generazionale, tra una madre e un figlio
(seppur adottato temporaneamente).
Questo incontro-scontro tra madre e figlio viene vissuto in ogni famiglia,
al di là del fatto che Mario non è un figlio naturale.
Capuano ci mostra cosa significa educare, soprattutto quando ci si trova
in una città dalle tante anime come Napoli.
Valeria Golino è magnifica in questa parte, tenera, frustata eppure così
attaccata a questo bambino che, in alcuni momenti, ricorda la sua triste vita,
quella passata, delinquente e malfamata.
Mario ricorda quando lo costringevano ad ammazzare, ancora piccolo, perchè fa
comodo che un bambino ammazzi al posto degli adulti, distoglie da ogni colpa.
E questi ricordi vengono sottolineati da Capuano con uno splendido
primo piano di Mario in bianco e nero, che mette ancor di più in risalto
la crudezza di quelle parole soffocanti modulate da Mario.
Non crediamo pienamente a quanti dicono che il cinema in Italia non esiste più.
E' vero, il cinema in Italia è in coma ma, almeno, sopravvive.




permalink | inviato da il 9/9/2006 alle 0:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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